E SE PER FARE TEATRO DOVESSIMO SMETTERE DI RECITARE?

Jacques Lecoq e l’arte di tornare a essere curiosi.

Immagina di entrare in una stanza.

Non c’è un copione.

Non c’è un personaggio.

Non c’è una battuta da ricordare.

Non devi essere triste, felice, arrabbiato o seducente.

Devi soltanto camminare.

Sembra facile.

Poi qualcuno ti mette una maschera sul viso.

Una maschera senza espressione.

E improvvisamente camminare non è più così semplice.

Perché quando il volto scompare, il corpo comincia a parlare.

È da questo paradosso che possiamo iniziare a capire Jacques Lecoq.

L’UOMO CHE PARTÌ DAL CORPO

Lecoq non arrivò al teatro passando dalla strada più ovvia.

Prima del teatro c’era il movimento.

Studiò educazione fisica e praticò diverse discipline sportive, sviluppando molto presto un interesse per il modo in cui il corpo occupa lo spazio. Nel 1945 entrò nella compagnia di Jean Dasté, dove si occupò anche della preparazione fisica degli attori. Fu lì che incontrò il lavoro sulle maschere e le idee della tradizione di Jacques Copeau.

Poi arrivò l’Italia.

Nel 1948 Lecoq si trasferì a Padova, dove rimase per otto anni.

Ed è qui che succede qualcosa di fondamentale.

Scopre la Commedia dell’Arte.

Incontra lo scultore e mascheraio Amleto Sartori.

Iniziano insieme una ricerca sulle maschere che porterà anche alla nascita della maschera neutra, uno degli strumenti più riconoscibili della pedagogia di Lecoq.

In Italia Lecoq lavorò inoltre con figure come Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Dario Fo, approfondendo il rapporto tra movimento, teatro e tradizione performativa.

Quando torna a Parigi, nel 1956, porta con sé tutto questo.

E fonda la sua scuola.

Non una scuola in cui imparare semplicemente a interpretare meglio.

Una scuola in cui imparare a creare.


TOGLIERE, PRIMA DI AGGIUNGERE

La maschera neutra è forse la più bella contraddizione del metodo Lecoq.

È una maschera senza un’espressione caratteristica.

Non rappresenta un personaggio preciso.

Non dice allo spettatore chi sei.

E proprio per questo obbliga l’attore a cercare altrove.

Nel corpo.

Nel peso.

Nel ritmo.

Nella direzione dello sguardo.

Nel modo in cui cammina.

Nel modo in cui reagisce allo spazio.

Quando il volto non può più fare tutto il lavoro, diventano visibili cose che normalmente ignoriamo.

Una spalla sollevata.

Una tensione nelle mani.

Un passo troppo veloce.

Un corpo che si protegge.

Un corpo che cerca.

La maschera, quindi, non serve soltanto a nascondere.

Serve a far vedere.

La ricerca contemporanea sulla pedagogia di Lecoq ha sottolineato proprio questo: il lavoro con la maschera neutra rende più evidente la capacità comunicativa della postura, del gesto e dell’andatura, aiutando l’attore a sviluppare una maggiore consapevolezza del proprio corpo nello spazio.

E qui Lecoq diventa molto più interessante di una semplice tecnica teatrale.

Perché la domanda non riguarda più soltanto l’attore.

Riguarda tutti noi.


QUANTO RECITIAMO OGNI GIORNO?

Camminiamo in un certo modo quando siamo soli.

In un altro quando sappiamo di essere osservati.

Cambiamo voce.

Cambiamo postura.

Sorridiamo quando forse non ne abbiamo voglia.

Ci mettiamo in posa davanti a una fotografia.

Registriamo un video e improvvisamente diventiamo consapevoli delle nostre mani.

Il nostro corpo cambia quando entra in scena.

Solo che spesso la scena è la vita quotidiana.

E il pubblico può essere chiunque.

Lecoq non avrebbe potuto conoscere Instagram, TikTok o la cultura della performance permanente in cui viviamo oggi.

Eppure la sua domanda sembra stranamente contemporanea:

cosa rimane del corpo quando togliamo tutto ciò che abbiamo imparato a fare per essere guardati?


IMPARARE A OSSERVARE

Una delle caratteristiche della pedagogia di Lecoq è l’importanza dell’osservazione.

Il mondo diventa materiale creativo.

Elementi naturali, animali, materiali, colori, suoni, parole e movimenti vengono osservati e trasformati attraverso il corpo. Il percorso della scuola parte proprio dal movimento e dall’improvvisazione, per arrivare progressivamente a diversi territori drammatici, dalla tragedia greca alla Commedia dell’Arte, dal melodramma al clown e ai buffoni.

È una cosa apparentemente semplice.

Guardare.

Ma guardare davvero è difficile.

Perché noi non osserviamo soltanto.

Riconosciamo.

Vediamo un albero e pensiamo “albero”.

Vediamo un animale e pensiamo “cane”.

Vediamo una persona correre e pensiamo “sta correndo”.

Lecoq invita invece a guardare il movimento prima ancora di dargli un nome.

Come si muove il fuoco?

Come cade l’acqua?

Come si espande una folla?

Come cammina qualcuno che ha paura?

Come cambia un corpo quando aspetta?

Da una domanda nasce un movimento.

Dal movimento nasce un’immagine.

Dall’immagine può nascere una scena.

E dalla scena può nascere un’opera.


IL GIOCO NON È UNA PERDITA DI TEMPO

Forse è questo uno degli aspetti più affascinanti.

Nel percorso di Lecoq il gioco non è l’opposto della disciplina.

È uno degli strumenti della creazione.

L’attore deve sviluppare quella disponibilità che permette di reagire a ciò che accade invece di arrivare con tutto già deciso.

Non sapere diventa una possibilità.

E questa è una cosa che da adulti dimentichiamo spesso.

Da bambini possiamo prendere un oggetto e trasformarlo in qualsiasi cosa.

Una scatola è una casa.

Un lenzuolo è un fantasma.

Una sedia è una macchina.

Poi cresciamo e impariamo a chiamare le cose con il loro nome.

La curiosità, invece, ci permette di tornare per un momento a prima del nome.

A quando una cosa può ancora essere qualcos’altro.


IL CORPO COME PAGINA BIANCA

È forse qui che Lecoq incontra perfettamente il tema di questo primo numero di DISSACR//ARTE.

CURIOSITÀ.

Perché essere curiosi significa accettare di non sapere ancora.

E il lavoro di Lecoq parte spesso proprio da questa disponibilità.

Non arrivare con una risposta.

Arrivare con un corpo pronto a ricevere.

La maschera neutra diventa così una sorta di pagina bianca.

Non perché l’attore debba diventare vuoto.

Ma perché deve diventare disponibile.

Disponibile a lasciarsi sorprendere.

Dal movimento.

Dallo spazio.

Dal partner.

Dal pubblico.

Da qualcosa che non aveva previsto.

La sua pedagogia non riguarda soltanto l’esecuzione di una tecnica: mira alla creazione e mette al centro il rapporto tra corpo, spazio, immaginazione e osservazione.

Ed è forse questo il punto in cui Lecoq smette di essere soltanto “teatro”.

Diventa un modo di guardare.


FORSE NON DOBBIAMO IMPARARE A RECITARE

Forse dobbiamo imparare a togliere.

Togliere il gesto automatico.

La posa.

La paura di sembrare ridicoli.

Il bisogno di essere immediatamente bravi.

La risposta preparata.

L’idea che ogni cosa debba avere subito un significato.

Perché a volte la creazione comincia proprio nel momento in cui qualcosa non sappiamo ancora cosa sia.

E forse è questo che rende il lavoro di Lecoq così interessante ancora oggi.

Non ci chiede soltanto di usare meglio il corpo.

Ci chiede di guardarlo diversamente.

Di ascoltare quello che fa prima di decidere cosa dovrebbe fare.

Di giocare.

Di osservare.

Di provare.

Di fallire.

E poi provare ancora.

Perché forse l’artista non è quello che sa già cosa vuole dire.

Forse è quello che riesce a rimanere abbastanza curioso da scoprirlo mentre lo sta creando.


DISSACRARE

Abbiamo passato anni a imparare come stare davanti agli altri.

Come vestirci.

Come parlare.

Come sorridere.

Come apparire.

Come sembrare sicuri.

Lecoq ci propone, indirettamente, una cosa molto più difficile:

essere presenti senza sapere ancora che cosa succederà.

E forse è proprio lì che comincia la performance.

Non quando sappiamo cosa fare.

Quando siamo abbastanza curiosi da vedere cosa succede se smettiamo di saperlo.


LA DOMANDA

Se per creare qualcosa di nuovo dovessi dimenticare, anche solo per un momento, tutto quello che sai già fare… cosa rimarrebbe del tuo corpo?


DISSACR//ARTE
unconventional magazine

Per approfondire: Jacques Lecoq, The Moving Body / Le Corps Poétique; École Internationale de Théâtre Jacques Lecoq.

Rispondi

Scopri di più da DISSACR//ARTE

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere