RUBRICA – IL METODO DISSACR//ARTE

01 — IL CONCETTO

Una routine non nasce da quello che vuoi fare. Nasce da quello che vuoi dire.

C’è un momento, nella costruzione di una performance, in cui bisogna decidere che cosa si vuole raccontare.

Ed è proprio lì che, spesso, si commette il primo errore.

Si parte dalla canzone.

Poi si pensa al costume.

Poi si cercano i trick.

Poi si costruisce una sequenza che “sta bene” con la musica.

E solo alla fine ci si chiede:

“Ok. Ma cosa sto dicendo?”

Il concetto dovrebbe arrivare molto prima.


Tema ≠ concetto

“Voglio fare una routine sul dolore.”

“Voglio interpretare una dea.”

“Voglio fare qualcosa di dark.”

“Voglio raccontare la follia.”

Questi sono temi.

Sono punti di partenza, ma non sono ancora un concetto.

Il concetto nasce quando smetti di chiederti di cosa parla la tua performance e inizi a chiederti:

“Che cosa voglio far pensare, sentire o capire a chi mi guarda?”

Prendiamo la follia.

Puoi raccontarla in mille modi.

Puoi rappresentare una persona che perde progressivamente il controllo.

Puoi raccontare qualcuno che viene percepito come folle ma che, in realtà, sta vedendo qualcosa che gli altri non vedono.

Puoi raccontare la trasformazione da una persona apparentemente normale a qualcosa di completamente diverso.

Il tema è sempre “follia”.

Il concetto cambia.

Ed è proprio quel cambiamento che trasforma una routine da bella da vedere a interessante da interpretare.


Il concetto è una presa di posizione

Un buon concetto non dovrebbe essere soltanto un argomento.

Dovrebbe contenere una tensione.

Una contraddizione.

Una domanda.

Un punto di vista.

Per esempio:

“La forza non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di attraversarla.”

Questo è già molto più di “una routine sulla forza”.

Perché adesso hai qualcosa da dimostrare.

La performance può iniziare mostrando il controllo e progressivamente introdurre una perdita di equilibrio.

Il corpo può opporsi alla musica.

Un movimento può essere ripetuto fino a diventare ossessivo.

Un trick apparentemente spettacolare può assumere un significato completamente diverso perché arriva nel momento narrativamente giusto.

A quel punto non stai più semplicemente eseguendo una sequenza.

Stai costruendo un discorso attraverso il corpo.


Prima l’idea. Poi tutto il resto.

Una volta trovato il concetto, ogni elemento della performance dovrebbe poter rispondere alla stessa domanda:

“Perché è qui?”

La musica?

Perché sostiene quella determinata atmosfera o evoluzione.

Il costume?

Perché appartiene al personaggio o al mondo che stai creando.

Il trucco?

Perché contribuisce alla trasformazione.

Il gesto?

Perché comunica qualcosa.

Il trick?

Perché ha una funzione, oltre a essere difficile.

La pausa?

Perché in quel momento il silenzio dice più del movimento.

Perfino un sorriso può avere un significato.

E qui arriva una delle differenze più importanti tra eseguire e interpretare.

Non significa che ogni secondo debba avere un significato filosofico.

Significa che le tue scelte non dovrebbero essere casuali.


Il trick non è il concetto

Questo è forse uno dei punti più difficili da accettare.

Hai imparato un trick bellissimo.

È difficile.

Ti viene bene.

Ti valorizza.

Vuoi assolutamente inserirlo.

Perfetto.

Ma la domanda non dovrebbe essere:

“Dove posso mettere questo trick?”

Dovrebbe essere:

“Questo trick cosa mi permette di dire?”

Se non ti permette di dire niente, può comunque rimanere.

Ma sarà semplicemente un elemento acrobatico.

Se invece quel movimento diventa, per esempio, una manifestazione di potere, una fuga, una caduta, una trasformazione, una provocazione o un momento di vulnerabilità, allora acquista un altro peso.

Lo stesso trick.

Un significato diverso.

La tecnica non cambia. Cambia il contesto.

Ed è proprio qui che la tecnica smette di essere il fine e diventa uno strumento narrativo.


Il concetto deve poter sopravvivere senza il palo

Fai una prova.

Racconta la tua performance a qualcuno senza nominare:

  • pole dance;
  • trick;
  • categoria;
  • musica;
  • costume.

Solo l’idea.

Se per raccontarla sei costretta a dire:

“Faccio questo trick, poi salgo, poi faccio una combo, poi scendo…”

probabilmente stai descrivendo una coreografia.

Se invece riesci a dire:

“È la storia di una persona che inizialmente cerca di mantenere il controllo, ma progressivamente si rende conto che ciò che considera una debolezza è in realtà la sua forma di libertà.”

allora hai qualcosa su cui costruire.

Il palo arriverà dopo.


Una domanda scomoda

Prima di iniziare una nuova routine, prova a rispondere a questa:

Se togliessi completamente la parte acrobatica, resterebbe qualcosa da raccontare?

Se la risposta è sì, hai probabilmente trovato il tuo concetto.

Se la risposta è no, forse hai ancora una sequenza da costruire, non una performance.

E non è necessariamente un problema.

È semplicemente importante sapere in quale fase ti trovi.


Dal concetto alla performance

Un metodo semplice può essere questo:

01 — COSA?

Qual è il tema?

Follia.

02 — COME?

Qual è la tua interpretazione del tema?

La follia come liberazione dal bisogno di essere accettati.

03 — PERCHÉ?

Perché vuoi raccontarlo?

Qui entra la tua personale relazione con l’idea.

04 — COSA DEVE SUCCEDERE?

Qual è l’evoluzione?

Controllo → crepa → perdita di controllo → trasformazione → libertà.

05 — COME LO FACCIO VEDERE?

Solo adesso arrivano musica, movimento, personaggio, costume, spazio, oggetti e trick.

Non devi necessariamente seguire questo schema alla lettera.

Ma il principio è importante:

prima costruisci il significato, poi scegli gli strumenti con cui comunicarlo.


E soprattutto: non devi raccontare una storia

Una performance può raccontare una storia.

Ma non è obbligatorio.

Può essere un’immagine.

Una sensazione.

Una relazione.

Un conflitto.

Un’ossessione.

Una trasformazione.

Una domanda lasciata aperta.

Può perfino non avere una trama comprensibile in senso tradizionale.

L’obiettivo non è fare teatro sul palo.

L’obiettivo è fare in modo che il movimento abbia un pensiero dietro.

Perché il pubblico non deve necessariamente capire tutto.

Deve però percepire che c’è qualcosa da capire.


Il concetto migliore non è quello più complicato

Non serve inventare una storia incomprensibile, piena di simbolismi e riferimenti.

Un concetto forte può essere semplicissimo.

“Voglio essere vista.”

“Ho paura di perdere il controllo.”

“Quello che desidero mi sta distruggendo.”

“La persona che mostro agli altri non esiste più.”

“La debolezza che nascondo è diventata la mia forza.”

Sono frasi semplici.

Ma possono generare intere performance.

Il problema non è trovare qualcosa di complicato da raccontare.

È trovare qualcosa che abbia abbastanza verità da poter essere incarnato.


Alla fine, chiediti solo questo:

Se il pubblico potesse portarsi a casa una sola cosa della mia performance, quale vorrei che fosse?

Non il trick.

Non il costume.

Non il punteggio.

Non necessariamente nemmeno la storia.

Un’idea.

Quella è il tuo concetto.

E tutto ciò che verrà dopo — musica, movimento, tecnica, personaggio, scenografia, espressività — avrà finalmente qualcosa da servire.

Perché una performance non diventa arte quando smette di essere difficile.

Diventa arte quando la difficoltà comincia ad avere qualcosa da dire.

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