Ovvero: come passare da “ho avuto un’idea bellissima” a “forse lascio tutto e apro un chiosco di granite”, trascinando nella crisi anche la coach
Creare una routine di gara è un processo creativo.
Almeno in teoria.
Nella pratica è più simile a un esperimento psicologico condotto su una persona che dorme poco, ascolta la stessa canzone da 400 volte e considera perfettamente normale provare un trick alle 23:47 perché “nella coreografia ci starebbe benissimo”.
E, soprattutto, è un processo che coinvolge una seconda figura innocente: la coach.
La coach, infatti, non deve solo insegnarti i trick, correggere le linee e impedirti di schiantarti contro il pavimento.
Deve anche sorbirsi le tue crisi psicotiche, i cambi di concept, i vocali di sette minuti e le domande esistenziali del tipo:
“Secondo te il problema è la musica o il fatto che io non abbia più un’identità?”
Ecco le fasi.
01. L’ILLUMINAZIONE
Succede all’improvviso.
Sei sotto la doccia.
Stai guidando.
Sei al supermercato davanti ai detersivi.
E improvvisamente:
“CE L’HO.”
Hai trovato il concept.
È geniale.
È originale.
È profondo.
È artistico.
È diverso da tutto quello che hai visto.
Hai già immaginato:
- ingresso;
- costume;
- luci;
- espressione;
- finale;
- trick;
- effetto scenico;
- pubblico in lacrime;
- giudici sconvolti;
- intervista post-gara.
Non hai ancora scelto la musica.
Ma non importa.
È chiarissimo.
Corri dalla coach e glielo racconti con l’entusiasmo di chi ha appena ricevuto una rivelazione divina.
Lei ascolta.
Annuisce.
Fa una domanda ragionevole:
“Ok, ma qual è il tema?”
Silenzio.
Perché il concept è chiarissimo nella tua testa, ma appena devi spiegarlo sembra il riassunto di un sogno fatto dopo tre tisane e una febbre alta.
02. LA RICERCA DELLA CANZONE
Apri Spotify.
Cerchi.
Ascolti.
Salvi.
Riascolti.
Scarti.
Riprendi.
Cerchi una versione live.
Poi una cover.
Poi una versione slowed.
Poi una versione remix.
Poi scopri una canzone che ha esattamente il mood che cercavi.
La ascolti.
Silenzio.
“Questa è lei.”
La salvi.
Poi la riascolti il giorno dopo.
E improvvisamente:
“Fa schifo.”
Scrivi alla coach:
“Ho cambiato musica.”
Lei risponde:
“Di nuovo?”
Tu:
“Sì, ma questa volta è quella definitiva.”
La coach, ormai, ha imparato a non commentare.
Sa che “definitiva” significa “fino a domani mattina”.
03. IL MOMENTO “E SE FACESSI…”
Qui comincia il declino.
Hai già un concept.
Hai già una canzone.
Hai già una mezza coreografia.
Poi arriva una nuova idea.
“E se invece…”
Errore.
Gravissimo errore.
Perché da quel momento ogni idea diventa possibile.
“E se fossi una bambola?”
“E se fosse una bambola posseduta?”
“E se la bambola fosse in realtà la morte?”
“E se la morte avesse paura di me?”
A questo punto hai cambiato concept quattro volte e sei finita a guardare video di teatro kabuki alle due di notte.
La mattina dopo arrivi a lezione e annunci:
“Ho capito tutto.”
La coach inspira lentamente.
“Sentiamo.”
Tu parti con una spiegazione di quindici minuti, tre metafore, due riferimenti cinematografici e una frase che contiene le parole “energia”, “trasformazione” e “archetipo”.
La coach ti guarda.
“Quindi… cosa devi fare?”
Tu:
“Non lo so ancora, ma adesso ha tutto molto più senso.”
04. IL TRICK CHE DEVE ASSOLUTAMENTE ESSERCI
Arriva il momento in cui guardi il tuo repertorio.
E c’è.
Quel trick.
Quello che hai imparato con tanta fatica.
Quello che viene bene.
Quello che ti piace.
Quello che, soprattutto, deve esserci.
Perché?
Non lo sai.
Cosa racconta?
Non lo sai.
Perché è proprio lì?
Non lo sai.
Ma:
“È troppo bello per non metterlo.”
E quindi lo metti.
Da qualche parte.
In qualche modo.
In qualche punto.
Che Dio aiuti la drammaturgia.
La coach prova a chiedere:
“Ma è coerente con il personaggio?”
Tu:
“Sì.”
“In che senso?”
“Nel senso che… lo sento.”
La coach capisce che non esiste una risposta corretta e passa oltre.
05. LA COREOGRAFIA PRENDE IL SOPRAVVENTO
All’inizio volevi raccontare qualcosa.
Poi avete cominciato a costruire la coreografia.
E improvvisamente il concept è diventato:
“Devo arrivare a questo trick senza morire.”
La drammaturgia è sparita.
Il personaggio è sparito.
Il conflitto è sparito.
È rimasta una domanda:
“Ma secondo voi questo combo viene meglio se parto da destra?”
E passano tre ore.
La coach cerca di riportarti al tema:
“Ricordati che in questa parte dovresti mostrare la vulnerabilità del personaggio.”
Tu:
“Sì, certo.”
Poi fai una Back Grab.
La coach chiude gli occhi.
Non per concentrarsi.
Per proteggersi.
06. LA MORTE DEL LATO FORTE
Poi arriva quella richiesta apparentemente innocua:
“Proviamolo dall’altro lato.”
E lì finisce tutto.
La tua autostima.
La tua dignità.
La tua carriera.
Forse anche il rapporto con la tua famiglia.
Perché fino a trenta secondi prima eri convinta di essere una persona fisicamente competente.
Poi provi lo stesso identico movimento dall’altro lato.
E il tuo corpo risponde:
“No.”
Non “è più difficile”.
Non “devo allenarlo”.
No.
Non lo riconosce proprio.
Il cervello:
“Ma lo abbiamo appena fatto.”
Il corpo:
“Mai visto.”
Il cervello:
“È letteralmente la stessa figura.”
Il corpo:
“Non mi risulta.”
La gamba non sale.
La mano va nel posto sbagliato.
L’equilibrio scompare.
Il bacino decide di emigrare.
E tu guardi la coach con lo sguardo di una persona che ha appena scoperto di aver vissuto una menzogna.
“Ma perché dall’altro lato non sono capace?”
La coach:
“Perché è l’altro lato.”
Tu:
“Sì, ma così tanto?”
A quel punto inizi a fare confronti mentali con te stessa di cinque minuti prima.
“Ma allora quella persona che ha fatto il trick dall’altro lato ero davvero io?”
No.
Quella era la tua versione premium.
Questa è la versione demo.
Provi di nuovo.
Peggio.
Provi una terza volta.
Peggio ancora.
A questo punto parte il pensiero inevitabile:
“Sono scarsa.”
La coach:
“No.”
“Non ho controllo.”
“È l’altro lato.”
“Non ho forza.”
“È l’altro lato.”
“Non so fare niente.”
“È L’ALTRO LATO.”
Ma ormai sei partita.
In dieci secondi sei passata da:
“Devo allenare questo lato.”
a:
“Forse ho sprecato gli ultimi cinque anni della mia vita.”
E la cosa più assurda è che domani proverai di nuovo.
E dopo tre settimane quel lato inizierà a funzionare.
E allora guarderai il video di oggi e penserai:
“Ma come cazzo facevo a non riuscirci?”
Come facevi?
Esattamente come tutte noi.
Eri dall’altro lato.
07. LA FASE “NON È ABBASTANZA DIFFICILE”
La routine finalmente prende forma.
La guardi.
È bella.
Funziona.
Ha un senso.
E allora il cervello dice:
“Sì, però…”
“Potrei metterci una deadlift.”
“Potrei fare un twisty dal basso.”
“Potrei fare quella cosa che ho provato una volta.”
“Potrei chiudere con un’iguana split.”
“Potrei fare tutto bendata.”
A questo punto non stai più costruendo una performance.
Stai tentando di dimostrare a qualcuno, probabilmente a te stessa, che hai praticato una disciplina sportiva negli ultimi cinque anni.
La coach prova a dire:
“Forse non serve aggiungere altro.”
Tu senti soltanto:
“Non sei abbastanza brava.”
E parte una crisi psicotica completa.
“Lo sapevo. È tutto troppo semplice. Non ho tecnica. Non ho presenza. Non ho niente da dire. Forse dovrei ritirarmi.”
La coach:
“Ho detto solo che il pezzo funziona già.”
Tu:
“È quello che direbbe qualcuno che vuole proteggermi.”
08. LA PROVA VIDEO
Decidi di registrarti.
“Così vedo com’è.”
Registri.
Guardi.
Pausa.
Riguardi.
Zoom.
Riguardi al rallentatore.
Guardi il volto.
Guardi le gambe.
Guardi il braccio.
Guardi il costume.
Guardi lo sfondo.
Riguardi il finale.
E improvvisamente noti qualcosa che nessun essere umano sano avrebbe mai notato:
“Nel secondo 01:37 la mia mano sinistra sembra leggermente incerta.”
Fine della civiltà.
Mandi il video alla coach con il messaggio:
“Fa schifo.”
La coach risponde:
“Non fa schifo.”
Tu:
“Guardalo meglio.”
La coach lo guarda meglio.
“È una buona prova.”
Tu:
“Quindi in gara farà schifo.”
La coach, a questo punto, non sa più se sta allenando una pole dancer o gestendo una seduta di terapia d’urgenza.
09. LA CRISI ESISTENZIALE
È inevitabile.
Arriva il momento in cui guardi la routine e pensi:
“È terribile.”
Non brutta.
Terribile.
Non comunica niente.
La musica fa schifo.
Il costume è sbagliato.
Il concept è banale.
Tu sei banale.
La pole è banale.
Forse l’arte è stata un errore.
Forse non dovevi fare pole dance.
Forse potevi dedicarti alla ceramica.
Poi vai a dormire.
La mattina dopo guardi il video.
“Oddio, è bellissima.”
Scrivi alla coach:
“Ieri ero completamente fuori di me.”
La coach:
“Sì.”
Tu:
“Però adesso ho capito cosa non funzionava.”
La coach:
“Cosa?”
Tu:
“Tutto.”
La coach fissa il vuoto.
Ha già sorbito questa crisi almeno quattro volte.
E sa che non sarà l’ultima.
10. LA FASE “NON TOCCO PIÙ NIENTE”
Questa è la fase più pericolosa.
Dici:
“Basta. Non cambio più niente.”
È una frase famosa.
Storicamente, non ha mai funzionato.
Perché 48 ore dopo:
“Ho avuto un’idea.”
No.
Non hai avuto un’idea.
Hai avuto una ricaduta.
La coach lo capisce dal modo in cui entri in sala.
Hai quello sguardo.
Quello di chi ha passato la notte a montare video, ascoltare musica e prendere decisioni irreversibili.
“Ho cambiato il finale.”
La coach:
“Ma non avevi detto che non avresti più cambiato niente?”
Tu:
“Sì, ma questa non è una modifica. È un’evoluzione.”
La coach:
“Cosa cambia?”
Tu:
“Praticamente tutto.”
11. IL GIORNO DELLA GARA
Finalmente sei pronta.
Costume.
Trucco.
Capelli.
Warm-up.
Respirazione.
Musica.
Tutto sotto controllo.
La coach ti guarda e ti dice:
“Respira. Ti sei preparata.”
Tu annuisci.
Poi senti:
“Tra due siete voi.”
Il cervello:
“Come tra due?”
“Io?”
“Ma questa routine la conosco?”
“Perché sono qui?”
“Chi mi ha portata?”
Ti giri verso la coach con gli occhi spalancati:
“Non posso farlo.”
La coach:
“Puoi.”
“No.”
“Sì.”
“Mi sono dimenticata tutto.”
“Non ti sei dimenticata tutto.”
“Non sento più le gambe.”
“Le hai.”
“E se cado?”
“Ti rialzi.”
“E se sbaglio?”
“Continui.”
“E se…”
“Vai.”
Sali sul palco.
Parte la musica.
E succede una cosa strana.
Per tre minuti smetti di pensare.
Non pensi al trick.
Non pensi alla giuria.
Non pensi al costume.
Non pensi al concept.
Succede.
Ed è esattamente per questo che hai fatto tutto quel casino.
E anche per questo la coach ha ascoltato ogni tua crisi, ha visto ogni versione della routine, ha approvato sette musiche diverse e ha ripetuto “respira” così tante volte da trasformarlo in un mantra professionale.
EPILOGO
La cosa più assurda?
La prossima volta ricomincerai da capo.
Nuova canzone.
Nuovo concept.
Nuovo costume.
Nuovi dubbi.
Nuovi trick.
Nuova crisi.
E dirai:
“Questa volta però voglio fare una cosa semplice.”
Certo.
Come no.
E la coach?
La coach ti guarderà in silenzio.
Perché sa già che, nel giro di tre settimane, riceverà:
- un nuovo concept;
- due nuove canzoni;
- quattro vocali notturni;
- una crisi identitaria;
- una richiesta di cambiare il finale;
- e almeno un messaggio con scritto: “Secondo te dovrei ritirarmi?”
E risponderà:
“No. Però dormi.”
DISSACR//ARTE
Creare una routine di gara è probabilmente una delle poche attività umane in cui puoi passare da:
“Voglio raccontare qualcosa.”
a
“E SE FACESSI UN HANDSPRING IN SPIN MENTRE MI TRASFORMO IN UNA CREATURA DEMONIACA?”
in meno di dodici minuti.
E forse è proprio questo il bello.
Perché dietro ogni routine apparentemente perfetta c’è quasi sempre una performer che, almeno una volta, ha guardato il proprio video alle due di notte e ha pensato:
“Ma che cazzo sto facendo?”
E dietro ogni performer c’è spesso una coach che, almeno una volta, ha guardato il telefono alle due di notte e ha pensato:
“Ma perché mi ha scritto ‘ho avuto un’idea’?”
Benvenuta.
Stai creando arte.
La tua coach, invece, sta sviluppando una pazienza sovrumana.
Grazie Giulia, e scusa ancora per la bara finta e per tutte le cose che dovrai vivere per colpa mia.

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