Drammaturgia, paura, fiducia e quel momento in cui il corpo vorrebbe scendere dal palo
Parte la musica.
Sei sul palco. Hai provato quella sequenza decine, forse centinaia di volte.
Poi arriva quel momento.
Quello che sai fare, ma che ogni volta ti fa pensare:
E se stavolta non ci riesco?
Il corpo si irrigidisce. La presa diventa più forte. Il respiro cambia. La testa comincia a fare rumore.
E per un istante hai una sola voglia:
scendere dal palo.
Ma è proprio lì che possiamo farci una domanda diversa.
Non:
Come faccio a non avere paura?
Ma:
Che cosa posso fare con questa paura?
Perché forse la paura non è sempre qualcosa da eliminare.
A volte è qualcosa da ascoltare.
A volte da attraversare.
E, in certi casi, persino da trasformare in parte della performance.
La paura non è necessariamente il problema
Nella pole dance siamo abituati a considerare la paura come un ostacolo.
Hai paura di un trick?
Devi superarla.
Hai paura dell’altezza?
Devi abituarti.
Hai paura di cadere?
Devi diventare più sicura.
Sembra semplice.
Ma la paura non funziona come un interruttore.
Non puoi semplicemente decidere di spegnerla.
La paura è un segnale.
Ci dice che qualcosa è nuovo, che non ci sentiamo completamente sicuri, che il nostro corpo o la nostra testa stanno chiedendo attenzione.
Il punto, quindi, non è necessariamente arrivare a non avere più paura.
Il punto è imparare a capire da dove arriva quella paura e cosa possiamo farne.
Perché esiste una differenza enorme tra:
«Ho paura perché questo elemento è realmente oltre le mie capacità attuali»
e:
«Ho paura perché sto entrando in uno spazio che ancora non conosco.»
Sono due paure diverse.
E richiedono due risposte diverse.
A volte è proprio la paura a metterci in pericolo
Questa è una cosa importante.
Perché, paradossalmente, a volte non è il movimento a essere il problema.
È quello che facciamo quando abbiamo paura.
Ci irrigidiamo.
Tratteniamo il respiro.
Stringiamo troppo.
Perdiamo precisione.
Acceleriamo.
Cambiamo traiettoria all’ultimo momento.
Oppure ci blocchiamo proprio durante il movimento.
Ed è qui che la paura può diventare pericolosa.
Non perché aver paura sia sbagliato.
Ma perché lasciare che la paura prenda il controllo del corpo può compromettere quello che invece sappiamo fare.
Per questo imparare a gestirla è parte dell’allenamento.
Io con la paura ci combatto ogni giorno
E lo dico da persona che la paura la conosce bene.
Io ho le vertigini.
Per me stare in alto non è semplicemente «un po’ di ansia».
È qualcosa con cui mi sono confrontata continuamente durante il mio percorso.
E ho imparato una cosa importante:
avere paura non significa necessariamente doversi fermare.
Ma attenzione.
Non significa nemmeno che dobbiamo andare avanti a tutti i costi.
Significa imparare a distinguere.
Capire quando il corpo ci sta dicendo:
«Non sei pronta.»
E quando invece la testa sta dicendo:
«Non mi sento pronta.»
E questa distinzione richiede tempo.
Richiede esperienza.
Richiede allenamento.
E, molto spesso, richiede anche qualcuno che sappia accompagnarti.
La storia della capriola che non volevo fare
A proposito di paure, ce n’è una che ancora oggi mi fa sorridere.
Da ragazzina avevo il terrore delle capriole.
Non una semplice antipatia.
Terrore vero.
Il motivo?
Da piccola mia madre mi aveva raccontato che una ragazza si era rotta l’osso del collo facendo una capriola.
E evidentemente il mio cervello aveva deciso di archiviare quell’informazione come:
CAPRIOLA = MORTE CERTA.
Tanto che una volta, al liceo, durante una lezione di educazione fisica, arrivò il momento di farne una.
Io andai completamente nel panico.
Scoppiai in un pianto isterico pur di non farla.
E infatti non la feci.
Fine della storia.
O almeno così pensavo.
Anni dopo, durante una lezione di pole dance, stavamo imparando una coreografia.
Era bellissima.
Mi piaceva da morire.
E dentro quella coreografia c’era una capriola.
La cosa incredibile è che ero talmente presa dalla musica, dalla sequenza, dal movimento e dalla felicità di fare quella coreografia che…
feci una capriola.
Senza accorgermene.
Niente pianto.
Niente panico.
Niente «oddio, mi romperò l’osso del collo».
La feci e basta.
E probabilmente è stata una delle lezioni più importanti che abbia mai ricevuto sulla paura.
Perché la paura non era sparita.
Era cambiato il contesto.
Non ero più concentrata sulla capriola.
Ero concentrata su quello che stavo facendo.
Non stavo pensando:
«Devo superare la mia paura.»
Stavo pensando:
«Che bella questa coreografia.»
E, mentre ero impegnata a vivere il movimento, ho fatto proprio quello che per anni avevo considerato impossibile.
Cosa ci insegna una capriola?
Che a volte combattere direttamente contro una paura la rende ancora più grande.
Più la guardi.
Più la analizzi.
Più pensi:
«Adesso devo dimostrare che non ho paura.»
E più quella paura occupa spazio.
A volte, invece, abbiamo bisogno di spostare l’attenzione.
Dal gesto al significato.
Dal «devo riuscirci» al «voglio raccontare qualcosa».
Dal trick alla musica.
Dal risultato all’esperienza.
Nel mio caso, non ho superato la paura della capriola perché qualcuno mi ha detto:
«Dai, buttati, non succede niente.»
L’ho superata quasi per errore.
Perché ero così dentro alla performance da dimenticarmi di averne paura.
E questa, per me, è una delle ragioni per cui la performance può essere così potente.
Quando smetti di pensare soltanto a ciò che devi fare, puoi finalmente iniziare a vivere ciò che stai facendo.
La maestra conta. Tantissimo.
E qui mi sento fortunata.
Perché nel mio percorso ho avuto una coach che ha sempre rispettato le mie paure.
E per me questa cosa ha fatto una differenza enorme.
Non ha mai trasformato un mio:
«Ho paura»
in:
«Allora non sei capace.»
Non ha mai pensato che per farmi superare una paura fosse necessario buttarmi dentro quella paura a forza.
Ha ascoltato.
Ha aspettato.
Ha trovato progressioni.
Ha costruito fiducia.
E, una paura alla volta, me ne ha fatte superare infinite.
Ed è per questo che penso che la figura della maestra sia molto più importante di quanto spesso riconosciamo.
Una brava insegnante non ti insegna soltanto come fare un trick.
Ti insegna a conoscere il tuo corpo.
A riconoscere i tuoi limiti.
A capire la differenza tra rischio e paura.
A costruire sicurezza.
E soprattutto ti insegna che rispettare una paura non significa alimentarla.
Significa non trasformarla in vergogna.
Non dirti:
«Se ho paura, allora non sono abbastanza brava.»
Ma nemmeno:
«Devo farlo per forza, altrimenti sono una codarda.»
Significa creare le condizioni perché, un giorno, quella cosa che sembrava impossibile possa diventare possibile.
Un centimetro alla volta.
Una progressione alla volta.
Una prova fallita alla volta.
E magari, un giorno, ti ritrovi a fare proprio quella cosa che per mesi ti ha fatto pensare:
«Io questa non la farò mai.»
La maestra giusta non ti toglie la paura.
Ti insegna a non essere governata da quella paura.
La paura non deve diventare un motivo per smettere
C’è però un’altra cosa che per me è fondamentale.
Superare la paura non significa aspettare che sparisca completamente prima di agire.
Perché probabilmente quel momento perfetto non arriverà mai.
Ci sarà sempre qualcosa che ci mette alla prova.
Un’altezza maggiore.
Un movimento nuovo.
Una competizione.
Un elemento che non sentiamo ancora completamente nostro.
La domanda allora diventa:
Posso avere paura e continuare comunque?
A volte sì.
A volte no.
E imparare a riconoscere la differenza è parte della crescita.
Perché il coraggio non è l’assenza di paura.
È la capacità di scegliere cosa fare anche quando la paura è presente.
E se la paura diventasse drammaturgia?
Ed eccoci al punto.
Perché se la paura esiste nella vita reale, perché dovrebbe necessariamente sparire dalla performance?
Pensiamo alla struttura più semplice di una storia.
C’è qualcuno che vuole qualcosa.
C’è un ostacolo.
E c’è una trasformazione.
La paura può essere esattamente questo ostacolo.
Può diventare tensione.
Può diventare attesa.
Può diventare conflitto.
Può diventare persino parte del personaggio.
Immagina una performer che sale sul palo con sicurezza.
Poi arriva davanti a qualcosa che teme.
Si ferma.
Respira.
Guarda.
Esita.
Per un secondo sembra quasi voler rinunciare.
E poi sceglie di andare.
Quello che abbiamo appena visto non è soltanto un trick.
È una storia.
Il trick non è il climax
Questo è un punto che vale la pena ricordare.
Un trick difficile non è automaticamente un momento drammaturgicamente importante.
Puoi fare il movimento più complicato della routine e non raccontare assolutamente nulla.
Oppure puoi fare un gesto semplicissimo e trasformarlo nel momento più intenso della performance.
Perché il valore narrativo non sta necessariamente nella difficoltà tecnica.
Sta nel significato.
Se tutta la performance racconta una persona che lotta contro qualcosa, allora quel momento di esitazione prima di salire può avere più peso di dieci trick consecutivi.
Perché finalmente stiamo vedendo il conflitto.
E il conflitto è ciò che tiene in piedi una storia.
E se la paura diventasse attesa?
Non sempre dobbiamo nascondere quello che sentiamo.
Possiamo rallentare.
Possiamo respirare.
Possiamo guardare il punto in cui dobbiamo andare.
Possiamo lasciare una frazione di secondo in più prima di eseguire il movimento.
Possiamo costruire quell’attesa.
E quell’attesa può diventare potentissima.
Il pubblico non deve necessariamente sapere che dentro di te stai pensando:
«Oddio, ho paura.»
Ma può percepire che sta per succedere qualcosa.
Ed è proprio questa la magia della drammaturgia.
Prendere qualcosa che appartiene al tuo vissuto e trasformarlo in linguaggio.
Ma attenzione: non romanticizziamo la paura
Qui bisogna essere molto chiari.
La paura non rende automaticamente una performance più artistica.
E una situazione rischiosa non diventa interessante solo perché è rischiosa.
Se un elemento non è sufficientemente preparato, non va inserito nella routine solo perché «superare la paura» sembra una bella storia.
La sicurezza viene prima della narrazione.
Sempre.
La drammaturgia può aiutarti a trasformare una paura.
Non può trasformare un elemento che non sai ancora eseguire in un elemento sicuro.
A volte la scelta più intelligente, e anche più artistica, è togliere quel trick.
Perché non tutto ciò che sappiamo fare deve necessariamente finire in una routine.
E non tutto ciò che ancora non sappiamo fare deve entrarci per dimostrare qualcosa.
Il piano B non è una sconfitta
E poi c’è una cosa che spesso dimentichiamo:
puoi avere un piano B.
Puoi sapere cosa fare se quel trick non parte.
Puoi avere una transizione alternativa.
Un movimento diverso.
Un momento di pausa.
Un gesto del personaggio.
Una variazione coreografica.
Perché una performance non dovrebbe dipendere dalla perfezione di un singolo elemento.
Anzi.
Sapere che esiste una via d’uscita può diminuire proprio quella pressione che alimenta la paura.
Il piano B non significa che pensi di fallire.
Significa che hai pensato alla performance nel suo insieme.
E se sbagli?
E se, nonostante tutto, sbagli?
Se il trick non parte?
Se perdi una presa?
Se entri male in una transizione?
Se dimentichi un passaggio?
**Non fa nulla.
Si va avanti.**
Sembra una cosa banale.
Sul palco, invece, può essere difficilissima.
Perché spesso nella nostra testa abbiamo costruito un’equazione assurda:
errore = figuraccia
figuraccia = performance rovinata
performance rovinata = panico.
E invece no.
Puoi sbagliare e continuare.
Puoi recuperare.
Puoi cambiare sequenza.
Puoi respirare.
Puoi improvvisare.
Puoi semplicemente tornare dentro la storia.
Perché una performance non finisce nel momento in cui qualcosa va storto.
Finisce quando decidi che quell’errore ha il potere di fermarti.
E forse è proprio lì che si vede una performer.
Non quando tutto va perfettamente secondo copione.
Ma quando qualcosa esce dal copione e lei riesce comunque a rimanere dentro la storia.
Il pubblico, tra l’altro, non conosce la coreografia che avevi in testa.
Conosce soltanto quella che vede.
E se tu continui a raccontare, forse per lui non c’è stato nessun errore.
C’è stata semplicemente una storia che ha preso una strada diversa.
Sbagliare non significa aver fallito.
Significa che, per un secondo, la performance ha preso una direzione diversa.
E tu puoi ancora scegliere dove portarla.
Progettare la routine anche per il tuo cervello
Quando costruisci una routine, chiediti anche:
Quanto mi costa mentalmente questo momento?
Perché magari una sequenza è tecnicamente alla tua portata, ma ti richiede talmente tanta concentrazione da lasciarti senza energie per quello che viene dopo.
Oppure il trick che ti spaventa è preceduto da una sequenza che aumenta progressivamente la tensione.
E allora puoi lavorare non solo sul trick.
Puoi lavorare su tutto ciò che lo precede.
Allenare la sequenza.
Ripeterla.
Renderla familiare.
Costruire automatismi.
Fare in modo che, quando arriverai a quel momento sul palco, il tuo cervello abbia già ricevuto abbastanza informazioni da non percepirlo come un salto nel vuoto.
Perché la sicurezza non nasce soltanto dal coraggio.
Nasce anche dalla familiarità.
La vulnerabilità non è sempre qualcosa da nascondere
Forse siamo abituati a pensare che una performer debba apparire sempre sicura.
Controllata.
Perfetta.
Inattaccabile.
Ma una persona completamente impermeabile a tutto è anche una persona di cui facciamo fatica a percepire il conflitto.
Un respiro.
Un tremore.
Uno sguardo.
Una pausa.
Un’esitazione.
Se sono coerenti con ciò che stai raccontando, possono diventare linguaggio.
La vulnerabilità può essere molto più interessante della perfezione.
Non perché dobbiamo mostrare ogni nostra insicurezza.
Ma perché possiamo scegliere quando trasformarla in parte della storia.
La vera trasformazione
Forse, alla fine, la domanda non è:
«Come faccio a smettere di avere paura?»
Forse è:
«Come faccio a non permettere alla paura di decidere al posto mio?»
Perché una buona performer non è necessariamente quella che non trema.
È quella che sa cosa fare con quel tremore.
Non è quella che non ha paura.
È quella che sa riconoscere la paura, ascoltarla, prepararsi e — quando è il momento — scegliere comunque di andare.
E se la paura c’è?
La puoi attraversare.
Se non sei pronta?
Puoi aspettare.
Se la tua coach ti accompagna?
Puoi costruire fiducia.
Se fai una capriola senza accorgertene?
Magari scopri che quella che pensavi fosse una montagna era soltanto una storia che ti eri raccontata per anni.
E se sbagli?
**Non fa nulla.
Si va avanti.**
Perché forse il vero coraggio non sta nel salire sul palo senza paura.
Sta nel salire sapendo che qualcosa potrebbe andare diversamente da come avevi immaginato.
E decidere comunque di raccontare la tua storia.
Non devi aspettare di smettere di avere paura per continuare a salire.
Devi imparare a decidere tu dove vuoi andare.
DISSACR//ARTE
Non solo quello che sai fare. Quello che riesci a farne.

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