QUANDO LA MUSICA SI SPEGNE

Cronaca di un piccolo incidente scenico alla Festa del Mercato di Centocelle

Il 19 settembre siamo saliti sul palco della seconda Festa del Mercato Rionale di Centocelle con InversionLab, la scuola di Pole Dance e Aerial che frequentiamo.

Avevamo circa mezz’ora.

Pole dance, cerchio, lollipop.

Non una gara.
Non una competizione.
Niente punteggio.

Solo un pubblico davanti a noi e la necessità di stare lì, presenti, per quello che sarebbe successo.

E poi è successo.

La musica si è interrotta.

Non definitivamente.
Non per un dramma.
Semplicemente, nel passaggio tra una traccia e l’altra, è arrivato quel momento sospeso in cui la musica non c’era più.

E io ho continuato.

Per qualche secondo ho performato nel silenzio.

La prima cosa che viene spontaneo pensare, dopo, è:

“Avrei dovuto fermarmi.”

Ma siamo sicuri?


Il silenzio è un errore?

Siamo abituati a pensare alla performance come a una sequenza di elementi che devono funzionare perfettamente:

musica → movimento → effetto → applauso.

Quando uno degli elementi salta, abbiamo la sensazione che sia saltato tutto.

Ma una performance non è un file audio.

E soprattutto, non è il file audio a performare.

È il corpo.

La musica può sostenere il movimento, suggerire un ritmo, creare atmosfera, amplificare un’emozione.

Ma non è lei a decidere se quello che stiamo facendo continua ad avere senso.

Quindi, quando la musica scompare, rimane una domanda interessante:

il corpo sa ancora cosa sta dicendo?


Fermarsi o continuare?

Non esiste una risposta universale.

Dipende dal contesto.

Se si tratta di una competizione e la musica si interrompe per un problema tecnico, possono esistere regole precise da seguire.

Se c’è un problema di sicurezza, ci si ferma.

Se l’organizzazione dà un segnale di stop, ci si ferma.

Ma in un’esibizione informale, soprattutto quando si sta lavorando sull’improvvisazione, può esistere una terza possibilità:

accettare quello che è successo e usarlo.

Il silenzio può diventare una pausa.

Può diventare tensione.

Può diventare un cambio di ritmo.

Può persino diventare una scelta.

E soprattutto può ricordarci una cosa che nella pole dance rischiamo di dimenticare:

non siamo lì per eseguire una playlist con il corpo.


Il vero test non era il trick

In quel momento non dovevo dimostrare di saper fare un movimento.

Dovevo capire se riuscivo a rimanere dentro quello che stavo facendo anche quando era venuto a mancare il riferimento esterno.

Ed è una cosa molto diversa.

Finché c’è la musica, possiamo seguirla.

Quando la musica sparisce, improvvisamente dobbiamo ascoltare altro.

Il respiro.

Il peso.

Il ritmo interno.

Lo spazio.

Il pubblico.

Il partner o le altre persone in scena.

E soprattutto dobbiamo decidere.

Continuo?
Mi fermo?
Cambio ritmo?
Trasformo l’imprevisto?

Quella decisione, per quanto piccola, è già drammaturgia.


L’incidente diventa materiale

Forse è questa la cosa che mi porto a casa dal 19 settembre.

Non che bisogna sempre continuare quando qualcosa va storto.

E nemmeno che bisogna fingere che l’errore non esista.

Al contrario.

Bisogna imparare a riconoscere ciò che sta succedendo e decidere cosa farne.

Perché l’imprevisto non è automaticamente un errore scenico.

A volte è semplicemente materiale che non avevamo previsto.

E una performance viva è anche questo:

non sapere esattamente cosa succederà
e avere abbastanza presenza da poterlo trasformare.

Quella volta la musica è tornata.

Io ero ancora lì.

E per qualche secondo, senza musica, ho scoperto che la performance poteva continuare comunque.

Forse la domanda, allora, non è:

“Cosa avrei dovuto fare?”

Ma:

“Cosa potevo fare con quello che era successo?”

Ed è una domanda molto più interessante.

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