BEYOND THE SPOTLIGHT

Ogni corpo ha una storia. Ma non tutte le storie trovano uno spazio in cui essere ascoltate.

Dietro una performance esistono scelte, contraddizioni, ossessioni, paure, intuizioni e visioni che il pubblico non sempre riesce a vedere.

VOICES nasce per dare spazio a ciò che resta fuori dalla scena.

Alle artiste che interrogano il proprio linguaggio. A chi attraversa i confini tra tecnica ed espressione. A chi mette in discussione le convenzioni, sperimenta, fallisce, ricomincia.

Non cerchiamo modelli da imitare né storie costruite per ispirare a tutti i costi.

Cerchiamo prospettive autentiche, anche quando sono scomode, imperfette o contraddittorie.

Interviste, testimonianze, dialoghi e contributi indipendenti per esplorare il rapporto tra identità, corpo e creazione artistica.

*Perché una performance finisce quando si spengono le luci. Una voce può continuare a interrogare chi l’ha ascoltata.

DISSACR//ARTE — THE FIRST VOICE

VOICES 001 — THE FOUNDER’S VOICE

NON SONO QUI PER INSEGNARTI A BALLARE.

Sono qui per chiederti perché lo fai.

Una conversazione su tecnica, emozione e libertà artistica. E sulla necessità di imparare a guardare oltre il movimento.


Ci sono performance che lasciano a bocca aperta. Altre che lasciano qualcosa dentro.

La differenza non è sempre nella difficoltà di un elemento, nella pulizia di una transizione o nella perfezione di una linea. A volte è in qualcosa di meno visibile, ma difficile da ignorare: la capacità di trasformare un movimento in un linguaggio e un’esecuzione in un’esperienza.

DISSACR//ARTE nasce anche da questa domanda: che cosa cerchiamo davvero quando guardiamo una performance?

Per rispondere, partiamo da chi questa domanda se la pone anche salendo sul palco. Una performer che considera la tecnica fondamentale, ma non sufficiente; che sceglie di rischiare di non essere compresa; che vuole contribuire a costruire una cultura artistica più consapevole nella pole dance.

Non per stabilire cosa sia giusto sentire. Ma per imparare a riconoscere ciò che una performance può raccontare.


Quando hai capito che non ti bastava più eseguire una coreografia, ma avevi bisogno di raccontare qualcosa attraverso il corpo?

Quando ho capito che potevo esprimere una parte di me indipendentemente dalla perfezione tecnica. La tecnica è fondamentale, certo, ma non è l’unico elemento necessario per mettersi in gioco.

Credo di avere dentro di me una grande interiorità fatta di colori, come tutti noi. A un certo punto ho sentito l’urgenza di esprimerla. E ho capito che attraverso il movimento potevo darle una forma.

Ti è mai capitato di avere tante cose da raccontare, ma di non sentirti ancora tecnicamente pronta per esprimerle come vorresti?

Assolutamente sì. Ho tantissime tematiche che vorrei esprimere, ma mi confronto anche con i miei limiti fisici: non sono flessibile, ho le leve molto lunghe e spesso è la paura a ostacolare i miei progressi.

Però credo che la tigna e la forza siano fondamentali in tutto. Non sempre possiamo partire dalle condizioni ideali, ma possiamo decidere quanto metterci in gioco.

Penso spesso ai para-atleti, capaci di realizzare imprese straordinarie. Per me sono un esempio di determinazione e di possibilità: ci ricordano quanto sia riduttivo definire una persona soltanto attraverso ciò che le manca o che non riesce a fare.

I limiti esistono, ma non devono necessariamente diventare l’unica cosa attraverso cui guardiamo noi stessi.

Nelle tue performance scegli immaginari e personaggi forti. Quando scegli un tema, parti da qualcosa che vuoi raccontare al pubblico oppure da qualcosa che hai bisogno di scoprire dentro di te?

Quando scelgo un tema, tutto parte da un’illuminazione. È qualcosa che sembra arrivare all’improvviso, quasi senza un motivo preciso. Poi, mentre costruisco la performance, mi accorgo che quell’idea racconta sempre qualcosa di me: un lato che esiste, ma che non sempre riesco a esprimere nella vita di tutti i giorni.

È questa la parte più bella del processo creativo. Pensi di stare dando forma a un personaggio, a una storia, a un immaginario, e invece finisci per scoprire qualcosa di te che forse non avevi ancora messo a fuoco.

A ogni competizione mi conosco un po’ di più.

Eppure ami stare sul palco. Che cosa succede quando la musica parte?

Piccolo fan fact: sono timidissima.

Se mi dici di parlare in pubblico, inizio a sudare freddo. È una cosa che mi mette profondamente a disagio.

Poi, però, parte la musica e cambia tutto.

È come se entrassi in un mondo completamente diverso, nel quale il pubblico e la giuria smettono di esistere. Mi sento in una stanza tutta mia, da sola con la mia canzone preferita, mentre ballo.

In quel momento non sto pensando a chi mi guarda. Sto vivendo quello che sto facendo.

Hai visto tantissime performance. Che cosa cerchi quando guardi qualcuno esibirsi?

Ho visto tantissime performance, molte delle quali davvero belle e capaci di ispirarmi. Altre, invece, mi lasciavano una sensazione di vuoto. Erano magari perfettamente eseguite, ma ai miei occhi rimanevano un mero esercizio.

A me piace vedere l’anima. Mi piace sentire che dietro un movimento c’è qualcosa da raccontare, un’emozione, una contraddizione, una parte autentica della persona che si mette in gioco. Ed è proprio questo che cerco di portare sul palco.

Naturalmente siamo tutti diversi e non esiste un solo modo di vivere o interpretare la pole dance. Ma credo che dentro di noi ci siano elementi universali, qualcosa che ci accomuna al di là delle nostre storie personali. A volte hanno soltanto bisogno di trovare la via d’uscita.

Forse è questo che cerco quando creo una performance: trovare quella via e trasformare qualcosa di profondamente mio in qualcosa in cui anche qualcun altro possa riconoscersi.

Una performance deve necessariamente emozionare?

Credo che le emozioni siano universali. Una cosa potente riesce a suscitare qualcosa in chi la guarda, e non necessariamente qualcosa di positivo. Può inquietare, disturbare, commuovere, far arrabbiare o mettere a disagio. Non deve per forza piacere a tutti, ma deve arrivare da qualche parte.

Se una performance non suscita assolutamente nulla, credo che le manchi qualcosa. Ed è un peccato, perché quando saliamo su un palco non stiamo semplicemente mostrando quello che sappiamo fare: stiamo portando uno spettacolo.

E il pubblico, secondo me, non viene soltanto per assistere a un’esecuzione. Vuole emozionarsi, essere coinvolto, portarsi a casa qualcosa.

La tecnica può lasciare a bocca aperta. Ma io voglio che, quando la musica finisce, resti anche qualcos’altro.

Quanto pensi al giudizio quando crei una performance?

Completamente non penso al giudizio. Mi prendo il rischio di non piacere e di non essere compresa.

Il mio essere non può piacere a tutti. E questo vale per la performance, ma soprattutto per la vita.

Possiamo essere fraintesi, odiati, adorati. Non possiamo vivere facendo continuamente i conti con il modo in cui gli altri ci vedono. Possiamo fare di tutto per esprimere ciò che vogliamo trasmettere, ma non possiamo controllare la reazione di chi ci guarda.

Per me, creare significa anche accettare questo rischio. Non voglio rinunciare a raccontare qualcosa soltanto perché potrebbe non piacere o non essere compreso da tutti.

Il resto non ci appartiene.

Se potessi cambiare una cosa nel mondo della pole dance, quale sarebbe?

Credo che oggi la pole dance sia diventata anche una moda e, come tutte le mode, attraversi momenti di grande popolarità e momenti di flessione. Ma, al di là di questo, quando parlo di pole dance come forma d’arte, sento che c’è ancora molto lavoro da fare.

Credo sia fondamentale dare valore alla componente artistica e fornire strumenti adeguati ad allievi, insegnanti e giurie per imparare ad analizzarla e valorizzarla.

Spesso ci sono giudici tecnicamente preparatissimi, con una grande esperienza, che però non dispongono degli strumenti necessari per valutare in modo consapevole la dimensione artistica di una performance. Penso che sia un’esigenza culturale e formativa che il settore deve ancora affrontare pienamente.

L’arte non è soltanto una questione di gusto personale. Ha un linguaggio, una struttura, dei codici che possono essere studiati, analizzati e condivisi. Questo non significa eliminare la soggettività o pretendere che tutti interpretino un’opera nello stesso modo. Significa costruire una base comune che permetta di leggere una performance con maggiore consapevolezza.

Vorrei che questi strumenti diventassero sempre più universali e condivisi nel mondo della pole dance. Mi piacerebbe vedere crescere una cultura artistica più solida, come avviene in ambiti con una tradizione consolidata, come il teatro.

Perché, se vogliamo che la pole dance cresca anche come linguaggio artistico, non basta dire che è arte. Dobbiamo imparare a leggerla, comprenderla e darle valore.

Ti piacerebbe diventare una voce riconosciuta per il tuo pensiero sulla pole dance?

Sì, mi piacerebbe.

Credo di avere la fortuna di conoscere grandi performer e atlete come Giulia Schirra e Ilenia Cannamela, che secondo me incarnano un mix di ingredienti straordinario: sono atlete fortissime, ma anche grandi performer. Sono grata di poter imparare da loro e di avere l’opportunità di confrontarmi con persone che rappresentano così bene ciò che sento.

I miei studi sulla comunicazione artistica mi hanno dato una base teorica, degli strumenti per osservare e interpretare il linguaggio della performance. Ma la teoria, da sola, non basta.

Sulla pratica bisogna buttarsi, sbagliare, sperimentare e conoscersi. Bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco, anche senza sentirsi completamente pronti, e accettare che la propria visione possa evolversi attraverso l’esperienza.

Non penso di avere già tutte le risposte. Voglio continuare a studiare, osservare, confrontarmi e costruire un pensiero sempre più consapevole.

E tra cinque anni, che cosa vorresti che fosse diventata DISSACR//ARTE?

Mi piacerebbe che DISSACR//ARTE diventasse un contenitore di anime, uno spazio in cui ognuno possa portare un pezzetto di sé e contribuire ad accrescere gli altri.

Non penso che tutto debba necessariamente servire nell’immediato. A volte incontri un’idea, leggi una riflessione o ascolti una persona e lì per lì non succede niente di particolare. Poi passa del tempo, vivi nuove esperienze e, all’improvviso, qualcosa si collega.

Magari un giorno una persona si sveglia e pensa: «Ah, ecco che intendeva DISSACR//ARTE!».

Ecco, mi piacerebbe questo. Che il progetto lasci qualcosa, anche piccolo, che magari trova il suo significato molto tempo dopo. Che le persone possano incontrarsi, confrontarsi e arricchirsi a vicenda, senza che esista necessariamente una sola voce a stabilire cosa pensare.

Vorrei che DISSACR//ARTE fosse uno spazio in cui tante sensibilità diverse contribuiscono a costruire qualcosa che, da sole, non avrebbero potuto creare.


Oltre il movimento

Forse il punto non è stabilire una volta per tutte che cosa renda artistica una performance. Forse è cominciare a porre le domande giuste, a costruire strumenti di lettura e a riconoscere che il movimento può essere molto più di una dimostrazione di abilità.

Può diventare racconto, identità, contraddizione, ricerca.

DISSACR//ARTE parte da qui: dalla convinzione che ci sia ancora molto da esplorare nel linguaggio artistico della pole dance e che nessuno debba necessariamente farlo da solo.

Perché a volte un’idea non serve nell’immediato. Rimane lì, in attesa di incontrare l’esperienza giusta, la domanda giusta, il momento giusto.

E magari, un giorno, tutto diventa chiaro.

Ah, ecco che intendeva DISSACR//ARTE.